[prenditi 2 minuti, metti "the devil's walk" degli apparat, e leggi]
"ognuno è anche il suo incubo, non è facile accettare di piacersi dopo aver passato una vita a rifiutarsi."
mi esplode davanti agli occhi questa frase pensata dal pazzo di uno dei racconti di "nascosti davanti a tutti" di Fabrizio Manzetti (@estrema_testa su twitter) un pazzo che a quanto pare non è pazzo; così come tutti i personaggi di questi racconti sono semplici, comuni, ordinari, ma non lo sono. storie di tutti i giorni, di vecchi e bambini, amanti, coppie in crisi, barboni, matti e prostitute. che, appunto, alla fine non sono solo storie di tutti i giorni, perché ti esplodono davanti agli occhi come piccole, inevitabili rivelazioni.
c'è il matto innamorato che immagina "un'amante dal profumo di inchiostro" e di "mangiare nuvole e scarabocchiarci i vestiti d'erba, respirare fili d'oro del tramonto che filtrano tra i rami e tuffarci nel libro che ci costringe a sfiorare le mani"; c'è il bambino della coppia in crisi che si rifugia in un mondo tutto suo e "disegnava profeti gelatai, dita che germogliavano, principi azzurri armati di baci e spade. immaginava musei di cuori di marmo in cui non sarebbe stato vietato toccare le opere d'arte. su fogli di carta sparsi ovunque schizzava orologi con gambe che giravano veloci perché secondo lui il tempo non correva senza allenamento"; o la ragazza che aspetta un amore che non arriverà mai, "ma era l'attesa che la rendeva splendida"; oppure c'è il mio preferito, fosco, "un giovane barista e promettente scrittore, pieno di ansie, di idee confuse e coerenti nella loro confusione" che, anche lui, ha pensieri che esplodono davanti agli occhi: "oggi è tutto così più problematico: trasformare se stessi in un mondo virtuale è proiettare la vita in un cyberspazio, e siccome i luoghi virtuali in cui rintracciare stimoli sono infiniti, proprio questa infinità e questa costante ricerca di stimoli privi di appagamento diventano una prigione."
piccole epifanie dolorose.
[e se ti sei preso la briga di leggermi fino a qui, adesso non puoi fare a meno di prenderti la briga di leggere "nascosti davanti a tutti"]
martedì 3 gennaio 2017
martedì 5 aprile 2016
dove si impigliano i ricordi
the mind's a crowd (the illusion of confusion)
search for the spaces (search for the)
turn around time's gone (turn around, gone)
tricky & martina topley-bird – ponderosa
ormai più di un mese fa mi sono operato al ginocchio, per rimuovere un menisco lesionato, che da tempo mi dava fastidio. una cosa di routine, semplice: al mattino presto mio papà mi ha accompagnato in ospedale, e la sera è venuto a prendermi per portarmi a casa, con la gamba sinistra immobilizzata. anche se ho dei ricordi molto precisi di quella giornata, ci sono dei pezzi che mi mancano, dei vuoti di memoria causati molto probabilmente dal calmante che mi hanno dato prima dell’operazione. tipo che, dice mio papà, prima di portarmi in sala operatoria è venuto un medico a farmi firmare una liberatoria per procedere con l’intervento, io ho firmato, mi ha chiesto se avevo bisogno di un certificato di malattia, e gli ho risposto di no, che non mi serviva perché ero momentaneamente in disoccupazione. e non ricordo nulla, se non gli occhi di mio papà quando mi stavano portando via.
(quello che non ti dico è quello che non immagini)
ero sdraiato in sala operatoria, su uno schermo di fronte a me c’era il primo piano della mia rotula, e mi sono rivisto che avrò avuto dieci anni, ero in un negozio di dischi con mio papà, che allora aveva l’età che io ho adesso. si stava avvicinando il compleanno della mamma, e volevamo farle un regalo. in quel periodo le piaceva “questione di feeling” di mina e cocciante, e il tipo del negozio ci stava spiegando che la potevamo trovare sia sull’album di mina che su quello di cocciante.
(i tuoi occhi non si imparano a memoria)
il dottore mi indica sullo schermo i frammenti del menisco che mi stanno portando via e mi spiega che hanno quasi finito, ma i miei ricordi sono impigliati in quel giorno, che mio papà mi guardava e mi diceva “dai prendiamo la cassetta di mina”, con una specie di felicità nella voce che non riconoscevo. e quando ho risposto in tono secco, quasi innervosito “ma dai, lo sai che alla mamma piace cocciante”, è come se ci fosse rimasto male, e ho ancora quella sensazione addosso.
(abbiamo tutti bisogno di piedi per terra, braccia, sogni, e aurore boreali)
poi mi hanno riportato in camera, ho aperto gli occhi, e lui era lì, ad aspettarmi, paziente, come se i suoi ricordi non si fossero mai impigliati.
sabato 23 gennaio 2016
avrei voglia di sciogliermi
can i hide there too?
hide in the hair of him
seek solice
sanctuary
björk – hidden place
fuori fa freddissimo, e la luna è piena, stanotte. bevo caffè, ascolto “vespertine” di björk a volume alto, e avrei voglia di sciogliermi.
è da quasi due mesi che non scrivo, e nel frattempo ho fatto un milione di pensieri, ho scoperto che la causa dei miei malesseri, per i quali un giorno sono finito in ospedale, sono delle complicate intolleranze alimentari, ho passato una settimana al mare in sri lanka, me ne sono innamorato, e per la prima volta in vita mia ho visto una balena, ho letto sette libri, ne ho comprati almeno il triplo, ho ascoltato mille canzoni, sto ancora pensando al prossimo tatuaggio, ho fatto un po’ di conti col passato, e ho imparato che è difficile dimenticare.
(“da qualche parte bisogna pure cominciare”
“potresti cominciare a finire”)
passavo in riva al lago, oggi, più o meno all’ora del tramonto, e pensavo a tutti i fantasmi che, spesso, sono rimasti nei nostri gesti. io ti ritrovo, per esempio, quando sono agitato e muovo la mano come se fosse un pesce che nuota, o quando mi asciugo dopo la doccia, quando mi guardo allo specchio e strizzo leggermente gli occhi, per vedere le rughette che si formano lì in parte, quando alzo le spalle e piego un po’ la testa per chiedere un abbraccio, o quando pronuncio la parola bene con un accento che non è mai stato mio.
(“dove eravamo rimasti?”
“credo da nessuna parte”)
e mentre facevo una foto al cielo di gennaio, sapevo che invece vorrei rivederti senza riconoscerti, scoprire che non sei un gesto, o non lo sei più, disabituarmi ai tuoi contorni, ogni volta. che avrei voglia di sciogliermi.
(“che fai stasera?”
“ti invento”)
stanotte è björk che mi lecca le orecchie. domani chissà.
mercoledì 2 dicembre 2015
un pomeriggio di dicembre
so you think i'm alone?
but being alone's the only way to be
janelle monàe – cold war
ieri è arrivato dicembre, e io non dovrei essere qui. ad ascoltare janelle monàe, a bere caffè decaffeinato, con le giornate che si accorciano e si perdono, piano.
(mi chiedo da dove si parte)
stamattina c’era il sole, e non sembrava dicembre. mi fa male lo stomaco, ancora, e dovrei lasciarlo andare. che è passato troppo tempo da quando ci siamo incontrati, all’inizio di un’estate che non ha mai smesso di iniziare.
(e come si inizia a costruirsi)
comincia a fare buio ma non mi va di accendere la luce, adesso, e sono a corto di parole. l’altro giorno tornavo da venezia, era sera tardi, e mentre guidavo, in autostrada, pensavo che a un certo punto la sofferenza diventa una scusa, una sicurezza, un rifugio, e che è più facile rimanere attaccati ad un passato che non c’è, che fa più paura provare a rimettersi in gioco.
(e quando la smetteremo di diventare ricordi)
il cielo è rosso, sopra il lago. un altro tramonto, poi accendo la luce.
venerdì 27 novembre 2015
mi sono arreso
la verità è che noi non siamo mai esistiti
né esisteremo mai
bhagavadgītā
dovevo partire domani.
il volo per lo sri lanka l’avevo già prenotato tempo fa, dopo che uno dei miei migliori amici di sempre aveva finalmente accettato di venire con me. è da anni che sogno di andarci, da quando ho letto i romanzi di ondaatje ambientati nella sua terra d’origine, che descrive con intensità e nostalgia.
lavoro praticamente tutto l’anno, senza interruzione, senza nemmeno un weekend libero, è stata una stagione lunga e faticosa, e non vedevo l’ora di partire, e dovevo partire domani.
(fa freddo, questa sera)
avevo già programmato tutto, due settimane intense, impegnative, zaino in spalla e treni, autobus e taxi, attraverso lo sri lanka, sugli altopiani intorno a kandy, tra le piantagioni di tè, nelle città antiche in mezzo alla giungla, come sigiriya e anuradhapura, e poi il mio compagno di viaggio se ne sarebbe tornato in italia, e io sarei rimasto solo, l’ultima settimana, spostandomi a sud, nei villaggi sull’oceano, tipo mirissa, dove ci sono le balene.
(guardo la luna, che era piena, con le cocorosie in sottofondo)
poi io che ero incerto, che negli ultimi mesi ho avuto dei piccoli problemi di salute che non riuscivo a risolvere e mi facevano preoccupare. e il mio compagno di viaggio che un paio di giorni fa se ne viene fuori all’improvviso con “guarda, mi dispiace davvero tantissimo, non so davvero come dirtelo, ma non mi piace affatto l’aria che tira in questo periodo, è da dopo gli attentati di parigi che ci penso e, guarda, davvero non me la sento. di partire, di lasciare qui mia moglie e mio figlio, e se dovesse succedere qualcosa mentre sono via. rovinerei il viaggio a me e a te”.
e lì, davanti al suo ragionamento così razionale, non sono riuscito a controbattere, ho abbassato gli occhi, e mi sono arreso.
(vorrei dirti tutto quello che non vorrei dirti)
dovevo partire domani, ma non me la sono sentita di partire da solo. e solo adesso mi sto rendendo conto che ho dimenticato di mandarlo affanculo.
venerdì 20 novembre 2015
e tu mi guardavi
he looked up to the one cave painting
and stole the colours from it
michael ondaatje – the english patient
mi hai chiesto cosa significa il tatuaggio che ho sul braccio, e io non ricordo cosa ti ho risposto. ma ricordo benissimo dove eravamo. seduti su una panchina di marmo appena fuori piazza duomo, a milano, lungo il viale che va verso il castello sforzesco; era quasi sera, era quasi estate, fumavo una sigaretta e cercavo di non restare in silenzio.
(novembre sta finendo)
è un nuotatore, probabilmente ti ho detto, anche se si fa un po’ fatica a riconoscerlo. e probabilmente cercavo di non guardarti, e mi accarezzavo il braccio mentre ti spiegavo che è la riproduzione di una pittura rupestre che si trova nella grotta dei nuotatori, in pieno sahara egiziano, ai confini con la libia, e che le pareti di quella caverna sono ricoperte di figure di persone che nuotano, e animali, e palme, e che quindi forse lì una volta, al posto del deserto, c’era un lago, una cosa che sembra così impossibile, e vera.
(dicono che domani arrivi l’inverno)
forse sono andato avanti a scacciare il silenzio, non ricordo, e ti ho raccontato che in questa grotta si svolge la scena più bella e commovente de “il paziente inglese”, il romanzo di michael ondaatje, il mio libro preferito, dal quale è tratto il mio film preferito. ma quello che non ti ho detto è che in quel libro, nella precisione, nella potenza e nella bellezza tagliente delle sue parole e delle sue immagini, c’è tutto quello che penso dell’amore.
(e la luce dello schermo del computer comincia a non bastare)
e tu mi guardavi.
mercoledì 14 ottobre 2015
i sogni serviranno a qualcosa
he said you’re really an ugly girl
but i like the way you play
and i died
but i thanked him
tori amos – precious things
insieme ad un agente immobiliare, una signora bionda dal piglio pratico e professionale, sono stato tutto il giorno in giro per venezia a vedere case. mi hanno accompagnato i miei genitori, anche se non erano molto d’accordo sul fatto che mi volessi comprare una seconda casa. il cielo leggermente imbronciato di una giornata d’autunno qualunque, la temperatura accettabile, la luce strana di venezia.
in sottofondo, la voce di tori amos, irreale.
in un modo o nell’altro conoscevo tutte le case che abbiamo visto, o perché ci ho abitato in passato, oppure perché ci ha vissuto qualche amico o amici di amici. avevo già fatto la mia scelta: un appartamento pratico e spazioso in centro, niente di straordinario, nessuna vista particolare, semplicemente quello che pensavo potesse fare al caso mio. avevo già fatto la mia scelta, quando l’agente ci dice che proprio lì vicino ce n’è un’altra e che, così, se vogliamo vederla, per curiosità, andiamo a vederla.
tori amos che canta precious things, la versione orchestrale, da sogno, di gold dust.
una specie di cancello di ferro battuto, all’entrata, con incastonato, tra un’inferriata e l’altra, delle grandi sfere colorate di vetro di murano. e poi dentro le stanze, spaziose, disposte in modo irregolare, su livelli sfalsati, e le camere da letto, più piccole, di sopra, in cima ad una scala a chiocciola, il pavimento alla veneziana, e le finestre e le vetrate, e tutta quella luce, e potevo vedere tutto fuori e fuori potevano vedere tutto me.
ho aperto la porta-finestra per uscire su un piccolo terrazzino di marmo bianco, mi sono seduto su una vecchia poltrona di velluto rosso, e mi son messo a guardare uno dei miei posti preferiti di venezia, il campo, lì sotto, e il canale un po’ più in là.
“questa è la casa dei miei sogni. ma chissà quanto costa”
“in effetti è più cara di quella che hai scelto. circa diecimila euro in più”
“beh, ma ce la posso fare”
poi mi sono svegliato, e mi sono detto che i sogni serviranno a qualcosa, oltre che a raccontarseli.
martedì 29 settembre 2015
la fine di settembre è un inizio
e più di tutti i giornali e i giornaletti ha successo una scritta:
in caso di necessità rompere il vetro,
e tutti i trasgressori saranno eccetera
lucio battisti – la metro eccetera
stasera fa freddo, sarà che sono stanco o che mi manchi.
ho appena finito di mangiare e di lavare i piatti, sono a casa da solo, se ne sta andando anche settembre, e non scrivo da più di un mese. ci ho pensato, a questa cosa dello scrivere, e dello scrivere di me. mi sono spaventato, mi sono fermato per paura, o per pudore.
perché mi sembrava di non riuscire ad essere sincero, mi sentivo disonesto. mi sembrava di non parlare di niente, di non essere capito, di dire l’universo senza dirlo.
ma stasera era il momento. un bicchiere di vino bianco e battisti in sottofondo, l’ultimo battisti, quello che non parla di niente, che non si capisce, che dice l’universo senza dirlo.
lo sento che non sono più abituato a scrivere, che faccio fatica, e che procedo a stento. le dita sono incerte e gli occhi, distratti, ti cercano.
è stata un’estate calda, lunga e faticosa, e l’ho passata a cercare di dimenticare, di lasciar perdere il passato, facendomene mille ragioni, più o meno buone, più o meno credibili. ho lavorato un sacco, ho fatto un sacco di bagni notturni e di cazzate, ma non sono riuscito a dimenticare.
per esempio mi sono ricordato di quando, un paio di anni fa, a fine settembre, ho conosciuto un tipo che mi piaceva, ma non l’avevo capito. mi parlava, mi cercava, sapeva come incuriosirmi, come farmi ridere, come prendermi in giro nel modo giusto, e era pieno di fantasmi. per quel motivo, forse, prendevo tempo. finché il tempo è passato, ed è rimasto solo il rimpianto.
mi piace pensare che la fine di settembre è un inizio.
martedì 18 agosto 2015
non dovrei essere qui
così mi incendi,
con bugie di suoni mi possiedi
franco battiato – è stato molto bello
non dovrei essere qui. in una sera di metà agosto, con l’estate in pausa e un altro temporale che si avvicina. con il buio fuori, le nuvole nere, le candele accese, gli occhi stanchi, i pensieri confusi e le parole che si inciampano. con la voce di battiato che complica le cose ancora di più.
non dovrei essere qui. con il ginocchio che torna a farmi male, e mi chiedo cosa voglia dirmi, e non riesco a stare fermo e non vorrei essere qui.
[“sì, ma non dirlo. mi farebbe male”
“non lo dico, ma fa male lo stesso”]
dovremmo sempre essere dove finiscono le cose. per tenerle ancora un po’ tra le dita, prima di lasciarle scivolare via, prima che abbassino gli occhi e distolgano lo sguardo, prima di girarci ancora una volta a cercarle e non vederle. ci sarà il tempo, poi, per restare fermi, per raddrizzare i ricordi, per sentirne la mancanza anche quando ci sembra di non sentirla.
[“perché mi guardi?”
“per quando non ti vedo”]
dovremmo sempre essere dove le cose iniziano. per ricordarci l’odore buono che hanno, le mani dolci, gli occhi fragili e la paura che fanno. o come ci entrano nelle narici, sotto la pelle, dentro al cuore, senza che possiamo, o vogliamo, difenderci. non le vogliamo mai imparare, le cose che iniziano, perché vogliamo solo che continuino a iniziare.
[“cosa leggi?”
“un libro che ho già letto qualche anno fa”
“io non leggo mai i libri che ho già letto”]
un giorno la smetteremo di essere sempre dove non vorremmo.
venerdì 7 agosto 2015
agosto non ha ancora detto niente
i want you the right way
i want you, but i want you to want me too
madonna with massive attack – i want you
agosto è arrivato, e non mi ha ancora detto niente.
allora parlo io, e gli racconto che non so cosa farmene di questo caldo umido che ha portato, e che dovrebbe ascoltare la voce di madonna che canta marvin gaye insieme ai massive attack. che è inutile che provi ancora a illudermi, con i bagni al lago di notte e la storia delle stelle cadenti. o che mi guardi così, facendomi credere che la realtà sia in un altro posto.
[“avrei voglia di esprimerti”]
agosto è arrivato, ed è iniziato con un terremoto, di notte, per farsi sentire anche senza dire niente. e mi ha portato una gru davanti alle finestre, proprio lì in mezzo, tra il lago e casa mia, per rovinare la bellezza a cui mi stavo abituando e che ormai rischiava quasi di passare inosservata. e adesso invece è un colpo al cuore ogni volta che guardo giù.
[“mi ricordi la bellezza, e quanto fa male”]
passa anche agosto, con le zanzare e la voglia di andare via o di restare. passano i giorni a raccontargli che lo stavo aspettando dall’anno scorso, che non era mai veramente arrivato, che era stato solo pioggia e risentimenti. passa, e mi lascia la bellezza interrotta e la voglia di ricominciare ad annusarla. e alla fine, lo so, quando andrà via dovrò ringraziarlo.
[“fermiamoci prima di raccontarci troppo e scomparire”]
non so se mi sta ascoltando, agosto, ma che gli frega. mi si attacca alla pelle e non voglio ancora lavarmelo via.
giovedì 16 luglio 2015
inventarti
i tip-toe down to the shore
stand by the ocean
make it roar at me
and i roar back
björk – violently happy
un anno fa ho cominciato ad inventarti, e adesso mi fa male il ginocchio.
devo aver fatto un movimento improvviso, a freddo, senza rendermene conto, e mi si è stirato il quadricipite sinistro, che ha messo sotto pressione il legamento, che ha iniziato a reclamare, e si è infiammato, e adesso mi fa male il ginocchio, e quasi non riesco a camminare.
solo perché ho voluto inventarti troppo.
[“perché zoppichi?”
“mi fa male il ginocchio”]
anche un anno fa c’era la voce di björk, ma continuava a piovere, ricordi? e non c’era questo caldo che si attacca alla pelle e ha l’odore del desiderio. facevo fatica ad inventarti, all’inizio, perché ancora non sapevo dove dovevi iniziare e dove finivi. poi ho capito che bastava parlarti, che nascevi così, un po’ come volevo, un po’ come volevi tu. ho quasi pensato che potevamo inventarci insieme.
[“come mai? che hai combinato?”
“ho voluto inventarti troppo”]
quanto ti ho inventato bene. che mi sembri quasi una certezza, mi sembra quasi di vederti, soprattutto nella luce della sera, o di sentirti arrivare dall’altra stanza, all’improvviso, e dici “fa caldo”, o “vuoi un caffè”, “andiamo a dormire”, o “quando mi ami?”. e io mi giro a cercarti gli occhi, le luci sono spente, e faccio fatica a trovarli anche se li sento addosso, anche se li ho sempre immaginati così luminosi e pieni.
[“e adesso?”
“adesso per un po’ devo smettere di inventarti”]
continuerei a parlarti, ma mi siedo storto, sento male al ginocchio, e decido di stare zitto.
venerdì 26 giugno 2015
quando il cielo non se ne vuole andare
so you heard i crossed over the line
do i have regrets?
well, not yet
there are some, some who give blood
i give love
i give
tori amos - give
stasera ho scelto la voce di tori amos, il buio scende lento, il cielo non se ne vuole andare.
sarebbe da stare a guardarlo, senza pensare ad altro, senza volere a tutti i costi provare a scrivere, o a ignorare il desiderio, le mancanze e le stonature.
non è mai semplice il cielo che non se ne vuole andare.
[“cosa stai scrivendo?”
“non lo so”]
come l’altro giorno a ferrara, con quelle nuvole scure, e la luce era perfetta, come poche volte ti ricordi, e il sole si fermava sulla pelle, e il colore degli occhi era il nostro ma sembrava anche nuovo, e tutte le parole. sembrava che il cielo non se ne volesse andare, che sapesse che il tempo non è mai abbastanza per conoscersi.
[“allora perché scrivi?”
“per vedere dove vado”]
come lo sapevi tu, che mi guardavi, qualche settimana fa, senza dire niente. come lo sapevo anche io, che facevo finta di non riconoscere tutta la malinconia rinchiusa nei tuoi occhi, e tutto quello che non ci stavamo dicendo. non te ne volevi andare, e nemmeno io, e adesso, lentamente, provo a ricostruirti.
[“potresti scrivermi”
“per vedere dove andiamo?”]
quando il cielo non se vuole andare, mi fermo ad aspettarti.
lunedì 15 giugno 2015
capita
swimming in the waves of your intimacy
i'm able to offer
my love for centuries
air – sex born poison
capita che l’estate si mette in pausa, che fuori piove e non è una notte di stelle e aria calda.
capita che sembra sempre tutto fermo, anche quando non lo è, e lo sappiamo benissimo. che non ci si dovrebbe accontentare, ma a volte non abbiamo altra scelta. che c’è qualcosa che non va, ma non lo diciamo a nessuno, e continuiamo a domandarci il perché.
[“tu lo sai che adesso non dobbiamo cominciare a domandarci perché”
“perché?”]
capita di riconoscersi. capita di capire tutto ancora prima di guardarsi. e poi si inizia, lentamente, a tentoni, a ricostruirsi. sulla pelle calda, in mezzo alle labbra che si cercano, con il sapore che resta in bocca, nei momenti che ci sembrava di aver sognato, nelle canzoni che non pensavamo di riascoltare, tra le parole che non crediamo di sentire.
[“adesso preferirei non dover dire niente”
“sarebbe la non-soluzione migliore”]
capita di perdersi subito, di restare senza parole, e che va bene così.
venerdì 5 giugno 2015
la bellezza
eppure un giorno, prima o poi, anche lontano,
ma un giorno, uno solo, giusto un istante,
di riflesso, ci vedremo.
@valeriosordilli
è tornato anche giugno, e l’estate è esplosa all'improvviso, senza avvisarci.
come il cuore che inizia a correre senza un motivo chiaro, come gli amanti frettolosi e precoci, come un ricordo che arriva inaspettato. come la bellezza che non vediamo e che gli occhi non possono contenere.
[“non riuscivo a immaginarti”]
dopo una lunga giornata di lavoro, una sera calda e stanca, la luna non è ancora salita, ascolto ágætis byrjun dei sigur rós e mi rendo conto che la bellezza è lenta. è una candela nella penombra, una nuvola gonfia di pioggia immobile nel cielo, un libro a cui ritorni, una goccia di sudore che scende piano sulla schiena quando non ci si vuole sciogliere da un abbraccio. labbra che si cercano al buio, malinconie strane e dolorose, qualcuno che ti dice che arriverà, un giorno, prima o poi, e tu lo ascolti e ti rendi conto che la bellezza è lenta.
[“non riesco a crederci”]
la bellezza è sapere che non sai cosa sia, è avere paura e voglia di amare, è ritrovare il suo odore sulla pelle quando non ci stavi pensando. abbassare gli occhi, e poi rialzarli, e ammettere di avere sbagliato, restare senza parole, sorridere, mangiare una ciotola di ciliegie guardando nel vuoto.
[“non riuscirò a dimenticarti”]
la bellezza è sentirne la mancanza e non cercarla.
è ritrovarsi a scrivere tutto questo senza sapere perché.
giovedì 28 maggio 2015
confusione
e quante volte dovrò dire,
che mi dispiace, ma devo andare
andrea nardinocchi – un posto per me
stamattina mi hanno chiamato a controllare una cosa in una camera, al quarto piano. ho preso il telefono portatile, il passepartout, una penna, che non si sa mai, ci potrebbe sempre essere bisogno di scrivere qualcosa, e sono entrato in ascensore.
quattro piani, io che mi guardavo allo specchio, una specie di silenzio irreale, e il tempo che per un attimo non era più tempo.
[“dove sei?”
“dove vuoi”]
succede che quando ci guardiamo tanto, non ci riconosciamo più, o ci dimentichiamo; che quando non facciamo altro che cercarci, alla fine ci perdiamo. succede così, e quasi non ce ne accorgiamo. succede che vorremmo avere un posto nostro, e invece sembra che ci resti solo nebbia negli occhi. come oggi, anche se era una giornata di fine maggio e c’era il sole e il cielo era deciso.
[“non è così semplice”
“non ho mai pensato che lo fosse”]
sembra che ci resti solo una gran confusione, come quando non riusciamo a decidere che musica ascoltare, o non abbiamo voglia di capire quello che ci dicono. come quando sappiamo benissimo che stiamo sbagliando, che non dovremmo buttare via il nostro tempo e la luce dei desideri, ma sappiamo anche che per ora va bene così, si tratta solo di lasciarci passare.
[“ma quindi, alla fine, cosa sei?”
“un posto per te”]
si è aperta la porta dell’ascensore, al quarto piano. un’occhiata veloce agli occhi, e sono uscito.
lunedì 18 maggio 2015
momenti di debolezza
sometimes i get to thinkin', baby, when i'm all alone
i could maybe make it on my own
beth orton – precious maybe
l’altra sera il cielo aveva un colore poco reale, come solo a venezia può succedere. eravamo seduti nel minuscolo cortile all’aperto di un bàcaro vicino a campo santa margherita, e parlavamo, tra un bicchiere di vino e l’altro. dopo anni, dopo una vita passata ad ignorarci, ci siamo raccontati tutto quello che non ci eravamo raccontati nemmeno allora.
solo a venezia può succedere che il tramonto è incerto ma bellissimo, e l’aria profuma di momenti di debolezza.
[“non facevo che guardarti”
“perché?”
“perché cercavo di capire”]
quelli che non riusciamo a nascondere, anche se ci proviamo, ma è una smorfia impercettibile che ci tradisce, o la luce degli occhi che sa di desiderio, di voglia di mani, labbra e carne. come quella volta che eravamo su una panchina, al buio, lungo il canale, quasi ancora sconosciuti, e non c’era nessuno ma chiunque ci poteva vedere, e non riuscivamo a resisterci e avremmo voluto solo dimenticarci o non essere lì.
[“ricordo ancora il tuo profumo”
“capita anche a me”]
quelli che ci pentiamo subito dopo, che prima ci sembrava così bello, così giusto, e poi forse non ne siamo più così sicuri. come quando ti ho detto che mi manchi, anche se sapevo che non dovevo, e non era una bugia meravigliosa, era la verità, ma potevo farne a meno. e il tuo sguardo, giustamente, era incerto e bellissimo, come il tramonto a venezia.
[“lo sai che non si torna mai indietro”
“anche se sarebbe bello”
“anche se sarebbe inutile”]
sono giorni che vivo così, a momenti di debolezza.
domenica 3 maggio 2015
un anno fa
oh, can't anybody see
we've got a war to fight
never found our way
regardless of what they say
portishead – roads
un anno fa, più o meno, mi è cambiata la vita. non faccio che pensarci, in questi giorni. penso che non è successo nulla, in fondo, che quasi nessuno se n’è accorto, e quasi non me ne accorgevo nemmeno io. è stato un leggero slittamento del cuore, una nota stonata, un graffio muto.
[“forse preferivo continuare a non sapere il tuo nome”]
ascolto i portishead, stasera, che mi consumano le orecchie. il cielo è coperto e ha una luce strana, come di primavera incazzata. suona il telefono, ed è la voce rassicurante che volevo sentire, quella che ti dice tutto senza dirti mai niente. il mondo forse fa un altro rumore, ma stasera non importa. stasera il mondo è la voce di beth gibbons, che quando attacca a cantare roads, con il suo “oh” stentato, a me ogni volta vengono i brividi, e vorrei solo chiudere gli occhi e diventare invisibile.
[“ma adesso dove andiamo?”
“da nessuna parte?”
“o dappertutto?”]
un anno fa, più o meno, ero lì e ti domandavo cosa stesse succedendo. non avevi risposte, come immaginavo. mi guardavi e basta. mi facevi tenerezza e anche un po’ paura. perché avrei voluto chiederti “ma adesso dove andiamo”, ma non ce n’era bisogno, perché sapevo benissimo che non dovevamo andare da nessuna parte, dovevamo solo provare a stare fermi, e non ci riuscivamo. dovevamo solo provare ad abbracciarci, e non ci riuscivamo.
[“a volte succede che non ho più niente da dire”
“e allora tu guardami”
“e se non ti vedo?”]
un anno fa, più o meno, i tuoi occhi erano i miei.
domenica 19 aprile 2015
quando non funzioniamo
and if one feels closed
how does one stay open
björk – stonemilker
è quel periodo dell’anno che la notte arriva più lenta, e un po’ ci si stupisce. il periodo delle giornate belle di primavera incerta, che vorresti stare al sole, ma è ancora troppo presto; che vorresti aprire gli occhi, ma forse ancora non ti va. e poi le sere sembrano un po’ vuote, come se dovesse esserci dell’altro, a riempirle, oltre alla voce rotta di björk, che non ho ben capito se l’ultimo è meraviglioso, o mi innervosisce, o non funziona, o mi fa venire voglia di spegnere la luce e nascondermi sotto il tavolo.
[“tutto quello che ti ho detto, e anche molto di più”]
al lavoro ci hanno cambiato il server, e per ripristinare tutto come prima ci è voluto qualche giorno. non funzionava niente, non potevamo fare le cose più stupide. ma a volte è inevitabile, le cose non funzionano. io, che per professione devo essere sempre sorridente, accogliente, gentile, e che per natura mi viene di solito molto bene, stavolta ho fatto davvero fatica. e un po’ mi dispiaceva e un po’ anche no. ho avuto modo di vedermi, di vedere quanto è giusto essere impazienti e imperfetti.
[“davvero, è tutto così semplice, non c’è altro da capire”]
quanto è giusto incazzarsi, con questi violini, con la voce di björk, con la voglia di restare da soli, quando non funzioniamo. con le cose da dimenticare o da trasformare in ricordi diversi, con la curiosità indomabile, il desiderio vorace, le lavatrici da fare, le chiacchiere e i silenzi, la consapevolezza che là fuori c’è un mondo che non ci conosce.
[“un giorno non sarai una negazione”]
quando non funzioniamo, possiamo provare a pensarci.
giovedì 9 aprile 2015
fantasmi
with a smile that sings
you'll be killing me tenderly
goldfrapp – stranger
ogni settimana, da ormai quasi un anno, mi metto qui a scrivere qualcosa. ci provo, lo faccio per me, innanzitutto, e poi per il mio ego.
questa volta volevo saltare, sono stanco, e sono stati giorni strani; sarebbe stato facile, e sarebbe stato bello. ma poi mi è venuta in mente una cosa.
[“a questo punto dovresti dirmi che mi porti via”
“e invece te lo chiederei”]
mi è venuta in mente una sera d’inizio estate a venezia. eravamo seduti sul gradino d’entrata del suo appartamento, fumavamo una sigaretta, imbarazzati, per un attimo in silenzio, dopo aver parlato tanto. eravamo soli, al buio, in campo non passava nessuno. lei mi guardava con occhi pieni di desiderio, e io non mi ero accorto di nulla. abbiamo cominciato a baciarci.
[“e poi cosa succederà?”
“preferirei non saperlo”]
mi voleva così tanto, e mi assaggiava con attenzione. “c’è qualcuno dietro di te.” e aveva paura dei miei fantasmi, non di quelli del passato, ma di quelli che dovevano ancora arrivare.
e io ci ho messo tutti questi anni a capirlo.
[“e adesso?”
“adesso non ci pensiamo più”]
e a capire che prima inciampiamo in quello che ci manca, e solo dopo nei ricordi.
martedì 31 marzo 2015
marzo finisce come un sogno
please don't flow so fast
you little mountain hum
i'll bottle sounds of me for you
múm – we have a map of the piano
come una vecchia canzone dei múm, un abbraccio lento, il salotto a lume di candela, l’aria diversa di inizio primavera, i cassetti chiusi, il tuo profumo di cotone, i miei occhi caldi.
[“le parole finiscono?”
“spesso”]
oggi pomeriggio ero a trento. camminavo per il centro e mi guardavo attorno, i palazzi antichi, l’atmosfera retorica, un giocoliere in piazza duomo, i muri bianchi, le nuvole minacciavano pioggia, ma era come se non fossi lì, come se mi stessi camminando dentro, senza fare rumore.
[“e poi?”
“poi se ne inventano di nuove”]
come quella volta che ti guardavo negli occhi e un po’ mi veniva da tremare, perché non sapevo cosa aspettarmi anche se non mi aspettavo niente. e poi forse non ho sentito le tue parole, o pensavi muovendo le labbra. e il tuo sguardo era distratto da qualcosa, dietro di me, e mi sono girato a guardare, ed eri tu che ti giravi a guardarmi.
[“e se non significano niente?”
“se ne inventano di altre”
“altre ancora?”
“sempre”]
marzo finisce come un sogno, dolciastro.
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