mi passava tra le orecchie magic doors dei portishead, c’è una luna piena e gialla, siamo quasi a metà agosto, e volevo parlare di desiderio. della sua geografia, della sua voce che non si riesce a nascondere, del suo esplodere lento.
volevo parlare di desiderio, e di quello che non siamo mai stati e che saremo. invece penso alle pietre.
[“andiamo a letto?”
“sì, ma non chiudere la porta”
“perché?”
“non riesco a dormire con la porta aperta. potrebbero entrare i fantasmi”]
ho questa mania di tenere sempre una pietra in tasca.
ne ho parecchie, di diversi tipi e colori, e ogni tanto ne scelgo una a caso e la porto con me. così, una cosa come un’altra, una specie di rassicurazione, una presenza, un momento di sollievo.
una pietra, un nome che ti scivola sulla lingua e un sapore che ti resta in bocca.
[“ti ho portato una cosa”
“cosa”]
ne avevo una a cui tenevo tantissimo. era la mia preferita, un’acquamarina, un po’ azzurra e un po’ verde, un po’ trasparente. un po’ me. ma qualche giorno fa l’ho persa, non so dove. so solo che era in tasca, come sempre; e poi, quando ci ho infilato la mano per toccarla, come ormai faccio abitualmente, come un gesto incondizionato, non era più lì.
l’ho cercata dappertutto: a casa, in macchina, al lavoro, nelle tasche dell’universo, tra le pagine dei libri, nelle parole dimenticate. ma niente, non c’era più.
e adesso mi immagino la sua geografia, la sua voce che non riesce a nascondermi, il suo esplodere lento.
[“ogni giorno ti dimentichi di quanto bello sei”
“e allora tu ogni giorno ricordamelo”]
forse un giorno, mentre aspetto, da un momento all'altro, sarà lei a ritrovarmi.
domenica 10 agosto 2014
venerdì 1 agosto 2014
agosto
è iniziato anche agosto, che mi fa pensare ad una canzone di samuele bersani, che mi fa pensare ad un’altra canzone di samuele bersani. a quelle cose a cui vuoi credere, con ostinazione, con il ritmo lento e sincopato della speranza. come un’immagine immobile, fissa nella testa, di quello che sarebbe potuto essere, e invece pare ci sia il sole e mi tremano le dita.
e allora infilo gli occhiali, accarezzo l’accendino, il lago è blu, e aggiusto le parole. facendo un po’ finta di non essere me, ma non so quanto resisto.
[“hai ascoltato quella canzone che ti dicevo?”
“vorrei rubarti gli occhi”
“ma l’hai ascoltata?”
“no, l’ho fatta diventare il tuo odore”]
il vento è caldo, a tratti, e canta una canzone al contrario. c’è il rumore della lavatrice, delle porte che sbattono, e di tutto quello che ancora sto aspettando. e resta, nel frattempo, un’ennesima correzione, una mano sulla spalla, uno sguardo che ti legge dentro e ti fa capire che sei bello, non tanto, tantissimo.
[“e tu pensi che tutto questo sia poco?”
“forse non è poco, ma non so a cosa serve”
“è come se mi mancasse un pezzo di pelle”
“è come saperti e non averti”]
c’è che, in fin dei conti, ci si perde piano, tra la paura di scappare, la certezza di prendere la decisione migliore, la differenza tra guardarsi e cercarsi, il dubbio di fare il peggiore degli sbagli. insomma, quelle cose luminose e grandi come l’universo, come il più potente dei déjà vu, di quelli con tutti gli accenti al posto giusto.
[“che vuoi che sia, è solo un istante”
“sì, è solo un istante”
“e poi io che ne so”
“e poi non dovresti disimparare a non capirmi”]
il vento fischia, la lavatrice è finita, le porte continuano a sbattere, in sottofondo unspoken dei four tet fa bene all’anima. e io sto fermo, non mi muovo.
[“è che a volte succedono cose più grandi di noi”
“e allora tu mangiale”]
quanto è dolce l’amarezza.
e allora infilo gli occhiali, accarezzo l’accendino, il lago è blu, e aggiusto le parole. facendo un po’ finta di non essere me, ma non so quanto resisto.
[“hai ascoltato quella canzone che ti dicevo?”
“vorrei rubarti gli occhi”
“ma l’hai ascoltata?”
“no, l’ho fatta diventare il tuo odore”]
il vento è caldo, a tratti, e canta una canzone al contrario. c’è il rumore della lavatrice, delle porte che sbattono, e di tutto quello che ancora sto aspettando. e resta, nel frattempo, un’ennesima correzione, una mano sulla spalla, uno sguardo che ti legge dentro e ti fa capire che sei bello, non tanto, tantissimo.
[“e tu pensi che tutto questo sia poco?”
“forse non è poco, ma non so a cosa serve”
“è come se mi mancasse un pezzo di pelle”
“è come saperti e non averti”]
c’è che, in fin dei conti, ci si perde piano, tra la paura di scappare, la certezza di prendere la decisione migliore, la differenza tra guardarsi e cercarsi, il dubbio di fare il peggiore degli sbagli. insomma, quelle cose luminose e grandi come l’universo, come il più potente dei déjà vu, di quelli con tutti gli accenti al posto giusto.
[“che vuoi che sia, è solo un istante”
“sì, è solo un istante”
“e poi io che ne so”
“e poi non dovresti disimparare a non capirmi”]
il vento fischia, la lavatrice è finita, le porte continuano a sbattere, in sottofondo unspoken dei four tet fa bene all’anima. e io sto fermo, non mi muovo.
[“è che a volte succedono cose più grandi di noi”
“e allora tu mangiale”]
quanto è dolce l’amarezza.
domenica 20 luglio 2014
un posto
tipo
quelle domeniche mattina che potresti restare a letto a dormire, e invece no.
c’è da preparare il caffè, vedere se riesci a farti sentire dal mondo, pulire
casa, andare a lavorare, mettere a posto i pensieri, o fermarli.
tipo
quelle domeniche mattina che c’è il sole e vorresti mangiarlo. e invece un’altra
cazzo di sigaretta e gorecki dei lamb che ti lecca le orecchie.
[“per
esempio potresti raccontarmi una storia”
“se
vuoi ti racconto di quella volta che non riuscivo a smettere d’inventarti”]
c’è
quella canzone che parla di noi, che ci descrive così bene. quattro note di
piano e una voce di donna, che un po’ fa male e un po’ ti viene voglia di
squarciare l’universo e tirarne fuori il cuore che pulsa.
quindi
è così, siamo tutto e il contrario di tutto. come dire, siamo la differenza tra
il pensarci forte e il pensarci bene. e nel frattempo mi accarezzo la barba, mentre
scorre quello che ci siamo detti e non, la paura di sbagliare, un altro caffè,
la voglia di fare l’amore.
[“devo
dirti una cosa”
“perché
non mi abbracci e basta?”]
vorrei
solo un posto dove appoggiare la testa.
mercoledì 16 luglio 2014
la prima lettera dell’alfabeto
è
solo un altro temporale che si avvicina, un’altra notte che passa piano.
più
che un’estate, questa, mi sembra una forma di incertezza, un respiro denso, una
presa per il culo. ci sono i lampi tra le nuvole, i tuoni lontani, i momenti di
attesa e le frasi fatte. credo non manchi proprio nulla per precipitare nel
banale.
mi
viene quasi da sorridere, a pensarmi qui a guardare il cielo, misurare le
parole, e dosare le virgole.
[“lo
so che stai cercando”
non
ti rispondo.
“lo
so che stai cercando, ma vorrei sapere esattamente cosa. nemmeno tu lo sai,
vero?”
continuo
a non risponderti, facendo finta di guardare lontano.
“vero?”
“ho
sbagliato risposta troppe volte”
“ma
mi spieghi perché fai così?
“così
cosa?”
“ti
sei creato un mondo, e ti ci sei chiuso dentro”
forse
non è quello che vorresti sentirti dire da un amico.
“e
tu perché non mi guardi negli occhi quando mi dici certe cose?”
“perché
non ne ho il coraggio”]
una
sera calda, finalmente. di quelle che la voce di sade non dovrebbe suonare
fuori posto. di quelle che tutto si mischia: un po’ d’amore, un po’ di rabbia,
la poca voglia che abbiamo di sentirci raccontare la verità, o parlare di
realtà.
ci
si prova, no? a crederci, a ricucire i pezzi di noi che negli anni ci hanno
strappato o ci siamo strappati, a pensare che non sia stato inutile tutto
questo guardarsi.
[“sai,
forse ho trovato quello che cercavo”
“sai,
forse un po’ ti invidio”
“no,
ma è impossibile”
“non
è impossibile, è bello. c’è una grossa differenza”
“non
so dove guardare”
“comincia
con lo smettere di guardarti”]
mi
ritrovo ad avere così tanto tempo per me, che forse preferirei non averne.
è
così che si inizia a mentire, credendo di proteggere gli altri.
e
anche quando non sembra, il tempo passa.
[“dove
sei?”
“sono
qui. dove vuoi che sia?”
“sei
qui, ma poi no”
sei
in finzioni che non conosco, sei in pensieri che non mi includono, sei in altre
parole.
“sono
qui, stronzo”]
il
dubbio è fino a che punto posso farti male.
venerdì 11 luglio 2014
ricominciare
da
qualche parte bisogna pur ricominciare.
oggi
c’è il sole, ed è un’estate strana. mi guardo attorno, mi guardo indietro, ma non
importa dove sono, e chissenefrega dov’ero rimasto, tanto non sono mai la
stessa cosa.
quante
vite che ho passato, la maggior parte immaginarie. ascolto björk, fumo una
sigaretta, e non mi piaccio. perché mettere insieme due pensieri e dare loro
una forma dovrebbe essere facile, dovrebbe essere bello tirare le fila del
discorso; invece tiro un filo di questa maglietta e si stacca un bottone.
[“adesso
che ti ho trovato” mi dicevi.
“adesso
che ti ho trovato…” e resta questa sospensione bella.
“quindi
adesso credo che” e non finiamo mai le frasi.
“non
finiamo mai le frasi, e così risolviamo il cinquanta per cento dei problemi”
“voglio
essere la parola con la quale non finisci mai le frasi, e ti faccio un caffè”]
e
questa cosa del ricominciare, che invece è solo un lento trasformarsi.
penso
alle mie scelte, con un certo imbarazzo, e una specie di tenerezza. poi mi
alzo, vado allo specchio e mi guardo in fondo agli occhi, e mi piaccio. c’è
qualcosa lì che non so nemmeno io. c’è che non siamo mai pronti, per quanto ci
possiamo immaginare.
[“che
ne dici se ti bacio, e poi ci vediamo ancora”
“la
differenza tra un ‘mi piaci’ e un ‘guarda quelle nuvole’, no?”
“sì,
ma poi domani”
“poi
domani mica so che tempo farà. è un’estate strana”]
quindi
forse funziona così, che teniamo traccia di ciò che accade solo per farlo
accadere.
tra
tutti i libri che ho letto, ce n’è uno che mi si è piantato dentro. e lo so, lo
so benissimo che le cose non stanno così, che la realtà è una bestia strana; ma
tra tutti, tra tutti i libri, mi si è piantato dentro, e un motivo ci sarà.
[“c’è
una parte di te che mi porto dentro”
“cosa
mi vuoi dire, esattamente?”
“che
ne dici se non torniamo più indietro?”
“che
il destino ci guarda, e ride tantissimo”
“prima
o poi ci vendichiamo”]
e
non so perché ti sto raccontando tutto questo. forse semplicemente mi piace
parlare da solo.
giovedì 17 gennaio 2013
come cuocere un uovo fabergé
Kiss me out of the bearded barley
(Sixpence none the richer – “Kiss me”)
perché tutto inizia da una sorpresa.
vorrei farle una sorpresa. certo, qualcosa di prezioso, ma non è quello l’importante. l’importante è che rimanga stupita, a bocca aperta. come quando mi osserva, la sera, con occhi intensi e comprensivi, compassionevoli. io seduto in poltrona, stanco, chiuso nei miei pensieri, davanti al caminetto, mentre mi tormento la barba e sento il suo sguardo di amorevole sconosciuta che si posa su di me, silenzioso, indeciso. sì, voglio farle una sorpresa, la merita, la mia paziente straniera. una cosa semplice ma strabiliante. una sorpresa nella sorpresa nella sorpresa. come a dire scoprimi, sono qui, toglimi i vestiti, voglio sentirti più vicina, farti sentire che ci sono, chiudere fuori il rumore del mondo e i sospiri delle preoccupazioni, la politica i soldi la gente, tutto, voglio essere tuo almeno per un momento, un lungo momento caldo, un istante di tensione, di corpi, di dita e sorrisi, di sussurri, piacere, perdono.
il desiderio ha un bel nome. no?
[“ma che bella! cos’è?”
“…”
“una piccola sfera di vetro. ma dove l’hai trovata?”
“l’ho fatta fare da un mastro vetraio.”
“sono senza parole. grazie.”
“…”
“solo tu. solo tu hai ‘ste pensate.”
“ti ricordi quando parlavamo della sfera?”
“questa assomiglia più a un uovo.”]
qualcosa di semplice ma strabiliante. una sorpresa nella sorpresa nella sorpresa. così mi ha detto, testuali parole. mica facile, cazzo. mica facile.
giorni di imprecazioni e dita mangiate, rimbrotti e rassicurazioni. e poi ho pensato: un uovo. ho detto: uovo. semplice come la parola stessa, perfetto come l’universo. un uovo di pasqua d’oro e pietre preziose, che contenga una sorpresa che contenga una sorpresa.
chi avrebbe mai detto che la vita può cambiare in quattro lettere.
[“c’è qualcuno dietro di te.”
“scusa?”
“lo vedo. un fantasma, qualcosa di cui non ti sei ancora liberato. un pensiero, un ricordo.”
“ma che dici? non c’è nessuno…”
“ci stai parlando, ci parli sempre. anche adesso che sei qui con me.”
“…”
“pensi ancora a lei, vero? dimmi di no. dimmi che non c’è più. mandala via, cazzo, mandala via. uccidila!”
“ti prego, stai calma.”
“ti voglio.”]
come se mi avesse regalato se stesso.
il suo pensiero è il suo corpo. un piccolo sbuffo bianco opaco, freddo, con un cuore d’oro. lo sento. lo sento dentro di me, un profumo sconosciuto. come se mi toccasse, come se danzassimo rimanendo fermi, vedo mani intrecciate, che esplorano, un passo dopo l’altro, un inchino, singulti e dolori trattenuti. come se mi sussurrasse all’orecchio lasciati andare, senza lasciarmi andare, mi sussurrasse siamo acqua che si scioglie, e fuoco intenso.
e non riesco a dire niente, solo a guardarlo, con occhi grandi e labbra umide. mi sorride, complice e imbarazzato, come a chiedermi perdono, quando non ha nulla di cui essere perdonato, se non della vita che il destino gli ha riservato.
ma io lo so che sa a cosa sto pensando, e non ho bisogno di dire nulla.
e lo chiamo desiderio, senza che lui lo sappia.
[“non ce la faccio più.”
“…”
“davvero, non ce la faccio più a stare senza di te. non sto scherzando.”
“te l’ho già spiegato mille volte.”
“non ce la faccio più.“
“che fai, ti allontani?”
“non ce la faccio più.”
“torna qui.”
“…”
“…”
“abbracciami. sempre.”
“non so se le mie braccia sono grandi abbastanza.”
“covami.”
“…”
“non ce la faccio più.”
“mi spiace. non so più cosa fare per te.”
“lascialo, cazzo. lascialo!”
“non posso. lo amo.”
“allora lascia me!”
“non posso. ti amo.”]
è malinconia densa, la mia. che scorre lenta nelle vene, calda come un abbraccio, bella come un cielo terso, un mal di pancia, una vertigine.
martedì 9 ottobre 2012
ecce ovo
“Of all the unsatisfactory–”
(she repeated this aloud,
as it was a great comfort to have
such a long word to say)
“of all the unsatisfactory people I ever met–”
(Lewis Carrol - Through the Looking Glass)
You are a problem and rune
(H.D. - “If Your Eyes Had Been Blue”)
l’attacco migliore è una nota stonata.
come quella bambina bionda che, bellissima e impertinente, pretendeva di sapere il mio nome. e mi fissava, voleva guardarmi negli occhi. ma io non sono da leggere, e non guardo nessuno negli occhi. fisso lo sguardo in un punto indefinito alle loro spalle, fingendo di saper vedere il futuro.
seduto su un muro, un muricciolo stretto, in bilico sul nulla più bello, sotto una mezza luna incerta.
[“ne sei pentito?”
“sì. decisamente.”
“non si può dire il silenzio.”
“non ti ho sentita.”
“non si può dire il silenzio.”
“non si può udire il silenzio?”
“sei uno stronzo.”
“da te. mi aspettavo un insulto più originale.”]
l’attacco migliore è una nota stanca.
ci vuole tempo, a riprendere le fila di un discorso antico. dove le voci che si incrociano e si sovrappongono sono tante, tantissime. ma quella che conta, alla fine, è solo la mia. “quando io uso una parola, essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi”, le ho detto, sbirciando i suoi grandi occhi curiosi, sbarrati all’ascolto.
perché sono quello che dico, e il suo contrario.
e il contrario è il più difficile da dire.
[“ma l’ho scritta io, questa cosa?”
“a quanto pare.”
“me n’ero dimenticato.”
“dopotutto, forse, sono qui per ricordartelo.”
“cosa?”
“ricordarti di te.”
“io di me mi stufo.”
“io di te mai.”
“scusa.”]
l’attacco migliore è una nota semplice.
in questa notte d’autunno che, a tratti, si ostina a voler essere di fine estate. come un sorriso giusto al momento giusto, una sensazione mai provata, la voglia di sfiorare dei capelli.
“è molto seccante sentirsi dar dell’uovo. molto, molto seccante!”, le ho detto, trattenendo una risata compiaciuta.
e dopo un po’ son stato zitto, come quando il cuore si ferma, ostinato. o, più intelligente della mente, si rifiuta di perdersi alla ricerca di spiegazioni che non servono.
e si fa rumore quando si scivola, quando si cade verso l’alto.
[“vorrei solo non abituarmi al tuo odore”]
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