giovedì 2 ottobre 2014

una volta, a new york

all i need's a little sign
to get behind the sun
and cast this weight of mine

air – all i need

qualche settimana prima avevo scritto alla sua assistente, per chiederle se, per caso, sarebbe stato possibile incontrarlo, visto che avrei passato qualche giorno a new york. mi ero laureato da poco, diciamo circa un anno, e avevo scritto la tesi su uno dei suoi romanzi.
a volte ci si prova, ad annusare i sogni.
lei mi rispose una cosa tipo “mi spiace, ma sarà fuori città per un impegno di famiglia”.

[“ti voglio raccontare una storia”
“che parla di te?”
“no. ma forse tra le righe”]

undici anni fa, in una giornata grigia di tarda primavera, passeggiavo per brooklyn. volevo vedere i posti dove era stato girato ‘smoke’, il film tratto da una delle sue storie più belle. era il mio ultimo giorno in città.
stavo quasi per andarmene, dovevo prendere un aereo per atlanta. ma, cercando la stazione della metro più vicina, mi sono perso. sarebbe bastato girare a destra, e invece forse sono andato a sinistra, e quindi niente, mi sono perso.
e all'improvviso vedo davanti a me un signore di mezza età, che passeggia tranquillo, col sigaro in mano e un cagnolino nero al guinzaglio.
credo di aver pensato di tutto, nel giro di un secondo. o forse mi sono solo detto “ora o mai più”.
“scusi, lei è il signor auster?”
“sì”
“piacere. io sono roberto, sono uno studente italiano e ho scritto la tesi sulla sua ‘trilogia di new york’”
“lo so”

[“alla fine non so nemmeno chi sei”
“potrei essere chi vuoi tu”
“ma chi voglio io non so se esiste”]

e così abbiamo passeggiato e chiacchierato per un quarto d’ora, forse venti minuti. lui andava in videoteca a restituire un paio di dvd, e il cane pisciava per strada.
non ricordo bene cosa ci siamo detti. ma ricordo benissimo i suoi occhi, bellissimi, che mi guardavano pieni, ma era come se fossero da un’altra parte. e forse anche io ero un altro.

[“perché mi guardi?”
“perché non mi viene in mente niente di meglio da fare”
“proprio niente?”
“niente di meglio”]

solo qualche giorno fa, leggendo il suo ‘diario d’inverno’ ho scoperto che, proprio in quel periodo, aveva da poco cominciato a soffrire di attacchi di panico.

[“sarei tentato di baciarti”
“e dopo?”
“ci penseremo dopo”]

c’è che forse io ci provo a perdermi ancora.


martedì 23 settembre 2014

oggi a venezia il cielo era perfetto

oggi a venezia il cielo era perfetto.
e non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, perché era perfetto. ma ho questa urgenza di scriverlo, appena rientrato in casa, stanco di una giornata importante e di un’estate densa. era perfetto, come una pausa, un respiro profondo, una mano che ti cerca.

[“che leggi?”
“le vergini suicide”
“e com’è?”
“mi fa esplodere”]

c’era quel blu, sopra i tetti, intenso e luminoso. ed era come se, per una volta, non fosse un caso. e cercavo di far finta di niente, di non pensarci, che fa tanto strano liberarsi di un pezzo di passato, dei sogni che avevamo, fa un po’ male sapere che ci ritroviamo qui, con la vita che va come vuole, e con i segni che ci lascia addosso.

[“scegline una”
“a caso?”
“chiudi gli occhi e scegline una, con la mano sinistra. fidati, sarà lei a chiamarti”
“questa”
“questa vuole dirti che ti devi liberare di tutti i pensieri che ti intasano la testa. devi vivere, senza pensarci troppo”]

non volevo più andarmene, volevo fermarmi a guardare quella luce piena che cambiava, impercettibile, continuare a guardare il cielo che per tutto il giorno è rimasto perfetto. e quindi ho aspettato, mi sono seduto in campo e c’era tutta quella gente che passava, e i ricordi che tornavano, e le labbra che ho baciato, le schiene che ho stretto, le cose come sarebbero potute essere e non sono state.
non volevo più andarmene, e poi è arrivato il tramonto. e il sole era una palla rossa, enorme, tra qualche nuvola. e allora ho preso le mie cose, mi sono alzato, e sono tornato a casa.

[“cosa vorresti essere?”
“me”]

ho un pezzo di cuore che avanza. per ora lo tengo per me.


martedì 16 settembre 2014

mi sa che è arrivato l’autunno


but how could he resist
when her dress let in the autumn sun?

emiliana torrini – autumn sun

tornando a casa in macchina, oggi pomeriggio, c’era caldo e c’era il sole. mentre mi tormentavo la barba, come sempre, e cercavo di capire cosa volesse dirmi emiliana torrini, la pioggia mi ha colto impreparato. uno scroscio improvviso, forte, di quelli che per un attimo non vedi più niente e abbassi il finestrino per annusare l’odore dell’acqua sull’asfalto, e ti verrebbe quasi voglia di fermarti e scendere e prenderla tutta in faccia.
ma c’era qualcosa, nella luce, che non era più estate.

[“senti. piove ancora”
“comincia quasi a piacermi questo rumore sul tetto”
“e noi qui”]

e quindi oggi va così, che è già metà settembre, che il tempo è passato lento e all’improvviso, che non mi aspettavo di ritrovarmelo nello stomaco, e che ho voglia di scrivere qualcosa, ma faccio una fatica boia.
ci sono giorni che costruiamo per dimenticare, e poi basta prendere in mano una lonely planet, perdersi in una città mai vista, e ritrovare tutto quello che abbiamo sognato e non tornerà. mica è facile, fare certi conti.
e ci sono cose a cui siamo tentati di non credere più, ma per fortuna, poi, c’è sempre chi si ostina a guardarti in fondo agli occhi, in silenzio.

[“che bella invenzione, le mani”
“e la lingua”
“e le labbra”
“e te”]

basta poco. basta poco per spostare lo sguardo e smettere di difendersi e di pensare che non è il momento giusto. non so a cosa serva, ma a qualcosa servirà. come questa stagione che non ho mai capito e si rifiuta di farsi capire.

 [“ma non è colpa tua”
“lo so. nemmeno tua”
“forse dovremmo ridere”
“o non averci mai creduto”]

mi sa che è arrivato l’autunno, cominciano a cadere le certezze dagli alberi.




mercoledì 10 settembre 2014

denti

l'ultimo amore 
non si scorda mai 
fino a quando non ci pensi più 

dente – giudizio universatile

l’altro giorno mi si è staccato un pezzo di dente.
stavo passando il filo interdentale, come al solito, e niente, si è staccato. e mentre lo tenevo tra le dita, guardandolo, sorpreso e un po’ perplesso, la prima cosa che ho pensato è che non c’era nessuno a cui lo potevo raccontare.

[“smettila di pensarmi”
“non ti sto pensando”
“smettila di pensare qualsiasi cosa tu stia pensando”
“sto pensando che non ti devo pensare”]

oggi sembrava estate, e quasi mi addormentavo, mentre il dentista si affannava a sistemarmi il dente rotto, e io stavo lì, stranamente tranquillo, con la bocca spalancata e il rumore dell’aspirasaliva. mi son perso ad osservare un puntino nero, in un angolo del soffitto. quanta vita, nei miei denti. il tempo che passa, i sorrisi che ho fatto e nascosto, le cose che ho morso e ancora devo mordere, le lingue che ho tentato di far mie, i pezzi che ho perso.

[“ti mangerei”
“perché?”
“per non dimenticarti più”]

ma stasera piove, e ho tutta questa fretta che mi blocca, mi ruba le parole, mi impedisce di vedermi. ho della musica nuova da ascoltare, un po’ di libri da leggere, un viaggio da organizzare, delle virgole da correggere.
senza pensarci troppo, con la lingua tocco il dente rifatto.

[“dici che sia vero?”
“cosa?”
“tu. dici che sei vero?”
“non lo so. ma potrei morderti per vedere se mi senti”]

le cose più belle iniziano così. che non sai che sono iniziate.


giovedì 4 settembre 2014

aspettiamo

show without showing
what you know without knowing

massive attack ft. martina topley bird – psyche


quindi aspettiamo.
che arrivi l’estate, riusciamo a dormire, torni l’inverno, finisca questa canzone dei massive attack, lasciandoci indenni; che il tempo passi o passi la paura.

[“ma se”
“non dire cazzate”
“sì, ma se”
“anche i fantasmi inciampano”]

oggi era una giornata nuvolosa, e settembre è arrivato in silenzio, senza troppe promesse o pretese. la giornata giusta per non arrivare al punto, anche se il punto è lì, e ci aspetta, e lo sappiamo bene. e il punto è che dobbiamo mettere le parole nell'ordine giusto, che non si può eludere la prerogativa di soggetto verbo complemento, che da certe cose non si riesce a scappare facilmente. ci inventiamo distrazioni, o scuse, o canzoni che assolutamente dobbiamo riascoltare, o libri da rileggere, che abbiamo da fare. ma vorremmo solo scivolare via, senza troppo rumore, senza dare nell'occhio, o restare impigliati in ricordi che non sappiamo più nemmeno definire.

[“la senti anche tu?”
“cosa?”
“la senti anche tu questa cosa?”
“cosa?”
“non lo so, come un'aria che ci gira attorno”
“credo di sì”
“e cos'è?”
“non lo so, ma mi pare bellissimo”]

le cose mi cadono dalle mani, mi sono versato il caffè addosso, non posso fare a meno di cantare a voce altissima quel pezzo di canzone. e il punto è che fa male. così, semplice. così semplice. e che fatica ammetterlo, e che coraggio, e basta togliere una virgola, e basta, basta cantare a voce altissima quel pezzo di canzone, riascoltarla, guardarsi, rileggersi, e il cielo è ancora nuvoloso e noi quando ci rivediamo.

[“perché ti nascondi?”
“per vedere se mi cerchi”
“e quando poi ti trovo?”
“capiresti che ne è valsa la pena”]

basta pensare al cuore della parola desiderio.


giovedì 28 agosto 2014

sogni

non so bene come dirlo.
è tutto il giorno che ci penso, ma non riesco a trovare le parole giuste. non è una bella sensazione, quella di non sapersi spiegare. non so se è stanchezza, o fame, o se sto ascoltando la musica sbagliata, o scrivo troppe volte non, e forse non è una caso, e ho finito anche il gelato. ma che importa, c’è tanto rumore attorno e è il momento giusto per passare inosservati.
e quindi mi viene una cosa tipo: sono i sogni che ci sognano.

[“è impossibile sognare qualcosa che non conosci”
“eppure eri lì, e ti sognavo”]

chi l’avrebbe mai detto. che era un’estate senza estate, che passiamo i giorni a contare i giorni, e le sigarette, e i sorrisi. un paio di candele e i múm in sottofondo, con i loro suoni piccoli e i fantasmi sulla schiena. fuori è già buio, e mica è facile raccontarsi, senza cadere nel banale, senza distogliere lo sguardo o avere momenti d’esitazione. raccontarsi, alla fine, è un incedere matematico, una somma di sottrazioni, sperando che tutto torni.
e poi mi viene un’altra cosa tipo: i sogni sanno tutto di noi, e noi niente di loro.

[“a cosa pensi?”
“a niente”
“impossibile”
“a cosa pensi”]

abbiamo tutto il tempo davanti e le soluzioni lì, a portata di mano. solo che non sappiamo vederle, o forse a volte sì, come adesso che c’è quella canzone che parte piano, col violino, il carillon, e la malinconia. e allora è tutto più chiaro, così luminoso che fa quasi male agli occhi.
ed è una cosa tipo: siamo quello che sogniamo.

[“se mi guardi così, smetto d’inventarti”]

quindi non ho una risposta, una conclusione, una certezza, se non una cosa tipo: basterebbe sapere farsi sognare.


giovedì 21 agosto 2014

venezia

oggi sono tornato a venezia.
che come sempre è un come se.
come se fosse rimasta lì, ad aspettarmi. come se non fossimo cambiati, e non avessimo disimparato a guardarci, o imparato ad avere paura. come se sapessimo fingere benissimo che tra noi non ci sono fantasmi.

[“perché non resti?”
“perché non mi va di appartenere”
“perché queste bugie?”
“perché le bugie sono verità bellissime”]

una notte di stelle cadenti, e di all i need degli air nell’aria calda. che è sempre la stessa da sedici anni, e poi vuoi non chiamarla attesa. ricordo perfettamente quando l’ho sentita per la prima volta, ricordo tempo, luogo e occhi. e anche adesso, ancora, dopo tutte queste scie di rumore, gioie e ferite, faccio una fatica enorme a non crederci. c’è chi darebbe un nome a tutto ciò, e chi di nomi si è stufato.

[“quindi vorresti dirmi che preferisci il silenzio?”
“quindi voglio dire che alcune parole non hanno più senso”
“torneranno”
“acciaccate”]

voglio solo dormire un po’, invece di raccontarmi resoconti.