venerdì 5 giugno 2015

la bellezza

eppure un giorno, prima o poi, anche lontano, 
ma un giorno, uno solo, giusto un istante, 
di riflesso, ci vedremo.

@valeriosordilli


è tornato anche giugno, e l’estate è esplosa all'improvviso, senza avvisarci.
come il cuore che inizia a correre senza un motivo chiaro, come gli amanti frettolosi e precoci, come un ricordo che arriva inaspettato. come la bellezza che non vediamo e che gli occhi non possono contenere.

[“non riuscivo a immaginarti”]

dopo una lunga giornata di lavoro, una sera calda e stanca, la luna non è ancora salita, ascolto ágætis byrjun dei sigur rós e mi rendo conto che la bellezza è lenta. è una candela nella penombra, una nuvola gonfia di pioggia immobile nel cielo, un libro a cui ritorni, una goccia di sudore che scende piano sulla schiena quando non ci si vuole sciogliere da un abbraccio. labbra che si cercano al buio, malinconie strane e dolorose, qualcuno che ti dice che arriverà, un giorno, prima o poi, e tu lo ascolti e ti rendi conto che la bellezza è lenta.

[“non riesco a crederci”]

la bellezza è sapere che non sai cosa sia, è avere paura e voglia di amare, è ritrovare il suo odore sulla pelle quando non ci stavi pensando. abbassare gli occhi, e poi rialzarli, e ammettere di avere sbagliato, restare senza parole, sorridere, mangiare una ciotola di ciliegie guardando nel vuoto.

[“non riuscirò a dimenticarti”]

la bellezza è sentirne la mancanza e non cercarla.
è ritrovarsi a scrivere tutto questo senza sapere perché.


giovedì 28 maggio 2015

confusione

e quante volte dovrò dire,
che mi dispiace, ma devo andare

andrea nardinocchi – un posto per me

stamattina mi hanno chiamato a controllare una cosa in una camera, al quarto piano. ho preso il telefono portatile, il passepartout, una penna, che non si sa mai, ci potrebbe sempre essere bisogno di scrivere qualcosa, e sono entrato in ascensore.
quattro piani, io che mi guardavo allo specchio, una specie di silenzio irreale, e il tempo che per un attimo non era più tempo.

 [“dove sei?”
“dove vuoi”]

succede che quando ci guardiamo tanto, non ci riconosciamo più, o ci dimentichiamo; che quando non facciamo altro che cercarci, alla fine ci perdiamo. succede così, e quasi non ce ne accorgiamo. succede che vorremmo avere un posto nostro, e invece sembra che ci resti solo nebbia negli occhi. come oggi, anche se era una giornata di fine maggio e c’era il sole e il cielo era deciso.

[“non è così semplice”
“non ho mai pensato che lo fosse”]

sembra che ci resti solo una gran confusione, come quando non riusciamo a decidere che musica ascoltare, o non abbiamo voglia di capire quello che ci dicono. come quando sappiamo benissimo che stiamo sbagliando, che non dovremmo buttare via il nostro tempo e la luce dei desideri, ma sappiamo anche che per ora va bene così, si tratta solo di lasciarci passare.

[“ma quindi, alla fine, cosa sei?”
“un posto per te”]

si è aperta la porta dell’ascensore, al quarto piano. un’occhiata veloce agli occhi, e sono uscito.


lunedì 18 maggio 2015

momenti di debolezza

sometimes i get to thinkin', baby, when i'm all alone
i could maybe make it on my own

beth orton – precious maybe


l’altra sera il cielo aveva un colore poco reale, come solo a venezia può succedere. eravamo seduti nel minuscolo cortile all’aperto di un bàcaro vicino a campo santa margherita, e parlavamo, tra un bicchiere di vino e l’altro. dopo anni, dopo una vita passata ad ignorarci, ci siamo raccontati tutto quello che non ci eravamo raccontati nemmeno allora.
solo a venezia può succedere che il tramonto è incerto ma bellissimo, e l’aria profuma di momenti di debolezza.

[“non facevo che guardarti”
“perché?”
“perché cercavo di capire”]

quelli che non riusciamo a nascondere, anche se ci proviamo, ma è una smorfia impercettibile che ci tradisce, o la luce degli occhi che sa di desiderio, di voglia di mani, labbra e carne. come quella volta che eravamo su una panchina, al buio, lungo il canale, quasi ancora sconosciuti, e non c’era nessuno ma chiunque ci poteva vedere, e non riuscivamo a resisterci e avremmo voluto solo dimenticarci o non essere lì.

[“ricordo ancora il tuo profumo”
“capita anche a me”]

quelli che ci pentiamo subito dopo, che prima ci sembrava così bello, così giusto, e poi forse non ne siamo più così sicuri. come quando ti ho detto che mi manchi, anche se sapevo che non dovevo, e non era una bugia meravigliosa, era la verità, ma potevo farne a meno. e il tuo sguardo, giustamente, era incerto e bellissimo, come il tramonto a venezia.

[“lo sai che non si torna mai indietro”
“anche se sarebbe bello”
“anche se sarebbe inutile”]

sono giorni che vivo così, a momenti di debolezza.


domenica 3 maggio 2015

un anno fa

oh, can't anybody see
we've got a war to fight
never found our way
regardless of what they say

portishead – roads

un anno fa, più o meno, mi è cambiata la vita. non faccio che pensarci, in questi giorni. penso che non è successo nulla, in fondo, che quasi nessuno se n’è accorto, e quasi non me ne accorgevo nemmeno io. è stato un leggero slittamento del cuore, una nota stonata, un graffio muto.

[“forse preferivo continuare a non sapere il tuo nome”]

ascolto i portishead, stasera, che mi consumano le orecchie. il cielo è coperto e ha una luce strana, come di primavera incazzata. suona il telefono, ed è la voce rassicurante che volevo sentire, quella che ti dice tutto senza dirti mai niente. il mondo forse fa un altro rumore, ma stasera non importa. stasera il mondo è la voce di beth gibbons, che quando attacca a cantare roads, con il suo “oh” stentato, a me ogni volta vengono i brividi, e vorrei solo chiudere gli occhi e diventare invisibile.

[“ma adesso dove andiamo?”
“da nessuna parte?”
“o dappertutto?”]

un anno fa, più o meno, ero lì e ti domandavo cosa stesse succedendo. non avevi risposte, come immaginavo. mi guardavi e basta. mi facevi tenerezza e anche un po’ paura. perché avrei voluto chiederti “ma adesso dove andiamo”, ma non ce n’era bisogno, perché sapevo benissimo che non dovevamo andare da nessuna parte, dovevamo solo provare a stare fermi, e non ci riuscivamo. dovevamo solo provare ad abbracciarci, e non ci riuscivamo.

[“a volte succede che non ho più niente da dire”
“e allora tu guardami”
“e se non ti vedo?”]

un anno fa, più o meno, i tuoi occhi erano i miei.


domenica 19 aprile 2015

quando non funzioniamo

and if one feels closed
how does one stay open

björk – stonemilker


è quel periodo dell’anno che la notte arriva più lenta, e un po’ ci si stupisce. il periodo delle giornate belle di primavera incerta, che vorresti stare al sole, ma è ancora troppo presto; che vorresti aprire gli occhi, ma forse ancora non ti va. e poi le sere sembrano un po’ vuote, come se dovesse esserci dell’altro, a riempirle, oltre alla voce rotta di björk, che non ho ben capito se l’ultimo è meraviglioso, o mi innervosisce, o non funziona, o mi fa venire voglia di spegnere la luce e nascondermi sotto il tavolo.

[“tutto quello che ti ho detto, e anche molto di più”]

al lavoro ci hanno cambiato il server, e per ripristinare tutto come prima ci è voluto qualche giorno. non funzionava niente, non potevamo fare le cose più stupide. ma a volte è inevitabile, le cose non funzionano. io, che per professione devo essere sempre sorridente, accogliente, gentile, e che per natura mi viene di solito molto bene, stavolta ho fatto davvero fatica. e un po’ mi dispiaceva e un po’ anche no. ho avuto modo di vedermi, di vedere quanto è giusto essere impazienti e imperfetti.

[“davvero, è tutto così semplice, non c’è altro da capire”]

quanto è giusto incazzarsi, con questi violini, con la voce di björk, con la voglia di restare da soli, quando non funzioniamo. con le cose da dimenticare o da trasformare in ricordi diversi, con la curiosità indomabile, il desiderio vorace, le lavatrici da fare, le chiacchiere e i silenzi, la consapevolezza che là fuori c’è un mondo che non ci conosce.

[“un giorno non sarai una negazione”]

quando non funzioniamo, possiamo provare a pensarci.


giovedì 9 aprile 2015

fantasmi

with a smile that sings
you'll be killing me tenderly

goldfrapp – stranger


ogni settimana, da ormai quasi un anno, mi metto qui a scrivere qualcosa. ci provo, lo faccio per me, innanzitutto, e poi per il mio ego.
questa volta volevo saltare, sono stanco, e sono stati giorni strani; sarebbe stato facile, e sarebbe stato bello. ma poi mi è venuta in mente una cosa.

[“a questo punto dovresti dirmi che mi porti via”
“e invece te lo chiederei”]

mi è venuta in mente una sera d’inizio estate a venezia. eravamo seduti sul gradino d’entrata del suo appartamento, fumavamo una sigaretta, imbarazzati, per un attimo in silenzio, dopo aver parlato tanto. eravamo soli, al buio, in campo non passava nessuno. lei mi guardava con occhi pieni di desiderio, e io non mi ero accorto di nulla. abbiamo cominciato a baciarci.

[“e poi cosa succederà?”
“preferirei non saperlo”]

mi voleva così tanto, e mi assaggiava con attenzione. “c’è qualcuno dietro di te.” e aveva paura dei miei fantasmi, non di quelli del passato, ma di quelli che dovevano ancora arrivare.
e io ci ho messo tutti questi anni a capirlo.

[“e adesso?”
“adesso non ci pensiamo più”]

e a capire che prima inciampiamo in quello che ci manca, e solo dopo nei ricordi.


martedì 31 marzo 2015

marzo finisce come un sogno

please don't flow so fast
you little mountain hum
i'll bottle sounds of me for you

múm – we have a map of the piano

come una vecchia canzone dei múm, un abbraccio lento, il salotto a lume di candela, l’aria diversa di inizio primavera, i cassetti chiusi, il tuo profumo di cotone, i miei occhi caldi.

[“le parole finiscono?”
“spesso”]

oggi pomeriggio ero a trento. camminavo per il centro e mi guardavo attorno, i palazzi antichi, l’atmosfera retorica, un giocoliere in piazza duomo, i muri bianchi, le nuvole minacciavano pioggia, ma era come se non fossi lì, come se mi stessi camminando dentro, senza fare rumore.

[“e poi?”
“poi se ne inventano di nuove”]

come quella volta che ti guardavo negli occhi e un po’ mi veniva da tremare, perché non sapevo cosa aspettarmi anche se non mi aspettavo niente. e poi forse non ho sentito le tue parole, o pensavi muovendo le labbra. e il tuo sguardo era distratto da qualcosa, dietro di me, e mi sono girato a guardare, ed eri tu che ti giravi a guardarmi.

[“e se non significano niente?”
“se ne inventano di altre”
“altre ancora?”
“sempre”]

marzo finisce come un sogno, dolciastro.