mercoledì 14 ottobre 2015

i sogni serviranno a qualcosa

he said you’re really an ugly girl
but i like the way you play
and i died
but i thanked him

tori amos – precious things


insieme ad un agente immobiliare, una signora bionda dal piglio pratico e professionale, sono stato tutto il giorno in giro per venezia a vedere case. mi hanno accompagnato i miei genitori, anche se non erano molto d’accordo sul fatto che mi volessi comprare una seconda casa. il cielo leggermente imbronciato di una giornata d’autunno qualunque, la temperatura accettabile, la luce strana di venezia.

in sottofondo, la voce di tori amos, irreale.

in un modo o nell’altro conoscevo tutte le case che abbiamo visto, o perché ci ho abitato in passato, oppure perché ci ha vissuto qualche amico o amici di amici. avevo già fatto la mia scelta: un appartamento pratico e spazioso in centro, niente di straordinario, nessuna vista particolare, semplicemente quello che pensavo potesse fare al caso mio. avevo già fatto la mia scelta, quando l’agente ci dice che proprio lì vicino ce n’è un’altra e che, così, se vogliamo vederla, per curiosità, andiamo a vederla.

tori amos che canta precious things, la versione orchestrale, da sogno, di gold dust.

una specie di cancello di ferro battuto, all’entrata, con incastonato, tra un’inferriata e l’altra, delle grandi sfere colorate di vetro di murano. e poi dentro le stanze, spaziose, disposte in modo irregolare, su livelli sfalsati, e le camere da letto, più piccole, di sopra, in cima ad una scala a chiocciola, il pavimento alla veneziana, e le finestre e le vetrate, e tutta quella luce, e potevo vedere tutto fuori e fuori potevano vedere tutto me.
ho aperto la porta-finestra per uscire su un piccolo terrazzino di marmo bianco, mi sono seduto su una vecchia poltrona di velluto rosso, e mi son messo a guardare uno dei miei posti preferiti di venezia, il campo, lì sotto, e il canale un po’ più in là.
“questa è la casa dei miei sogni. ma chissà quanto costa”
“in effetti è più cara di quella che hai scelto. circa diecimila euro in più”
“beh, ma ce la posso fare”

poi mi sono svegliato, e mi sono detto che i sogni serviranno a qualcosa, oltre che a raccontarseli.



martedì 29 settembre 2015

la fine di settembre è un inizio

e più di tutti i giornali e i giornaletti ha successo una scritta:
in caso di necessità rompere il vetro,
e tutti i trasgressori saranno eccetera

lucio battisti – la metro eccetera


stasera fa freddo, sarà che sono stanco o che mi manchi.

ho appena finito di mangiare e di lavare i piatti, sono a casa da solo, se ne sta andando anche settembre, e non scrivo da più di un mese. ci ho pensato, a questa cosa dello scrivere, e dello scrivere di me. mi sono spaventato, mi sono fermato per paura, o per pudore.
perché mi sembrava di non riuscire ad essere sincero, mi sentivo disonesto. mi sembrava di non parlare di niente, di non essere capito, di dire l’universo senza dirlo.
ma stasera era il momento. un bicchiere di vino bianco e battisti in sottofondo, l’ultimo battisti, quello che non parla di niente, che non si capisce, che dice l’universo senza dirlo.

lo sento che non sono più abituato a scrivere, che faccio fatica, e che procedo a stento. le dita sono incerte e gli occhi, distratti, ti cercano.
è stata un’estate calda, lunga e faticosa, e l’ho passata a cercare di dimenticare, di lasciar perdere il passato, facendomene mille ragioni, più o meno buone, più o meno credibili. ho lavorato un sacco, ho fatto un sacco di bagni notturni e di cazzate, ma non sono riuscito a dimenticare.

per esempio mi sono ricordato di quando, un paio di anni fa, a fine settembre, ho conosciuto un tipo che mi piaceva, ma non l’avevo capito. mi parlava, mi cercava, sapeva come incuriosirmi, come farmi ridere, come prendermi in giro nel modo giusto, e era pieno di fantasmi. per quel motivo, forse, prendevo tempo. finché il tempo è passato, ed è rimasto solo il rimpianto.

mi piace pensare che la fine di settembre è un inizio.


martedì 18 agosto 2015

non dovrei essere qui

così mi incendi,
con bugie di suoni mi possiedi

franco battiato – è stato molto bello


non dovrei essere qui. in una sera di metà agosto, con l’estate in pausa e un altro temporale che si avvicina. con il buio fuori, le nuvole nere, le candele accese, gli occhi stanchi, i pensieri confusi e le parole che si inciampano. con la voce di battiato che complica le cose ancora di più.
non dovrei essere qui. con il ginocchio che torna a farmi male, e mi chiedo cosa voglia dirmi, e non riesco a stare fermo e non vorrei essere qui.

[“sì, ma non dirlo. mi farebbe male”
“non lo dico, ma fa male lo stesso”]

dovremmo sempre essere dove finiscono le cose. per tenerle ancora un po’ tra le dita, prima di lasciarle scivolare via, prima che abbassino gli occhi e distolgano lo sguardo, prima di girarci ancora una volta a cercarle e non vederle. ci sarà il tempo, poi, per restare fermi, per raddrizzare i ricordi, per sentirne la mancanza anche quando ci sembra di non sentirla.

[“perché mi guardi?”
“per quando non ti vedo”]

dovremmo sempre essere dove le cose iniziano. per ricordarci l’odore buono che hanno, le mani dolci, gli occhi fragili e la paura che fanno. o come ci entrano nelle narici, sotto la pelle, dentro al cuore, senza che possiamo, o vogliamo, difenderci. non le vogliamo mai imparare, le cose che iniziano, perché vogliamo solo che continuino a iniziare.

[“cosa leggi?”
“un libro che ho già letto qualche anno fa”
“io non leggo mai i libri che ho già letto”]

un giorno la smetteremo di essere sempre dove non vorremmo.


venerdì 7 agosto 2015

agosto non ha ancora detto niente

i want you the right way
i want you, but i want you to want me too

madonna with massive attack – i want you


agosto è arrivato, e non mi ha ancora detto niente.
allora parlo io, e gli racconto che non so cosa farmene di questo caldo umido che ha portato, e che dovrebbe ascoltare la voce di madonna che canta marvin gaye insieme ai massive attack. che è inutile che provi ancora a illudermi, con i bagni al lago di notte e la storia delle stelle cadenti. o che mi guardi così, facendomi credere che la realtà sia in un altro posto.

[“avrei voglia di esprimerti”]

agosto è arrivato, ed è iniziato con un terremoto, di notte, per farsi sentire anche senza dire niente. e mi ha portato una gru davanti alle finestre, proprio lì in mezzo, tra il lago e casa mia, per rovinare la bellezza a cui mi stavo abituando e che ormai rischiava quasi di passare inosservata. e adesso invece è un colpo al cuore ogni volta che guardo giù.

[“mi ricordi la bellezza, e quanto fa male”]

passa anche agosto, con le zanzare e la voglia di andare via o di restare. passano i giorni a raccontargli che lo stavo aspettando dall’anno scorso, che non era mai veramente arrivato, che era stato solo pioggia e risentimenti. passa, e mi lascia la bellezza interrotta e la voglia di ricominciare ad annusarla. e alla fine, lo so, quando andrà via dovrò ringraziarlo.

[“fermiamoci prima di raccontarci troppo e scomparire”]

non so se mi sta ascoltando, agosto, ma che gli frega. mi si attacca alla pelle e non voglio ancora lavarmelo via.



giovedì 16 luglio 2015

inventarti

i tip-toe down to the shore
stand by the ocean
make it roar at me
and i roar back

björk – violently happy


un anno fa ho cominciato ad inventarti, e adesso mi fa male il ginocchio.
devo aver fatto un movimento improvviso, a freddo, senza rendermene conto, e mi si è stirato il quadricipite sinistro, che ha messo sotto pressione il legamento, che ha iniziato a reclamare, e si è infiammato, e adesso mi fa male il ginocchio, e quasi non riesco a camminare.
solo perché ho voluto inventarti troppo.

[“perché zoppichi?”
“mi fa male il ginocchio”]

anche un anno fa c’era la voce di björk, ma continuava a piovere, ricordi? e non c’era questo caldo che si attacca alla pelle e ha l’odore del desiderio. facevo fatica ad inventarti, all’inizio, perché ancora non sapevo dove dovevi iniziare e dove finivi. poi ho capito che bastava parlarti, che nascevi così, un po’ come volevo, un po’ come volevi tu. ho quasi pensato che potevamo inventarci insieme.

[“come mai? che hai combinato?”
“ho voluto inventarti troppo”]

quanto ti ho inventato bene. che mi sembri quasi una certezza, mi sembra quasi di vederti, soprattutto nella luce della sera, o di sentirti arrivare dall’altra stanza, all’improvviso, e dici “fa caldo”, o “vuoi un caffè”, “andiamo a dormire”, o “quando mi ami?”. e io mi giro a cercarti gli occhi, le luci sono spente, e faccio fatica a trovarli anche se li sento addosso, anche se li ho sempre immaginati così luminosi e pieni.

[“e adesso?”
“adesso per un po’ devo smettere di inventarti”]

continuerei a parlarti, ma mi siedo storto, sento male al ginocchio, e decido di stare zitto.


venerdì 26 giugno 2015

quando il cielo non se ne vuole andare

so you heard i crossed over the line
do i have regrets?
well, not yet
there are some, some who give blood
i give love
i give

tori amos -  give


stasera ho scelto la voce di tori amos, il buio scende lento, il cielo non se ne vuole andare.
sarebbe da stare a guardarlo, senza pensare ad altro, senza volere a tutti i costi provare a scrivere, o a ignorare il desiderio, le mancanze e le stonature.
non è mai semplice il cielo che non se ne vuole andare.

[“cosa stai scrivendo?”
“non lo so”]

come l’altro giorno a ferrara, con quelle nuvole scure, e la luce era perfetta, come poche volte ti ricordi, e il sole si fermava sulla pelle, e il colore degli occhi era il nostro ma sembrava anche nuovo, e tutte le parole. sembrava che il cielo non se ne volesse andare, che sapesse che il tempo non è mai abbastanza per conoscersi.

[“allora perché scrivi?”
“per vedere dove vado”]

come lo sapevi tu, che mi guardavi, qualche settimana fa, senza dire niente. come lo sapevo anche io, che facevo finta di non riconoscere tutta la malinconia rinchiusa nei tuoi occhi, e tutto quello che non ci stavamo dicendo. non te ne volevi andare, e nemmeno io, e adesso, lentamente, provo a ricostruirti.

[“potresti scrivermi”
“per vedere dove andiamo?”]

quando il cielo non se vuole andare, mi fermo ad aspettarti.



lunedì 15 giugno 2015

capita

swimming in the waves of your intimacy
i'm able to offer
my love for centuries

air – sex born poison


capita che l’estate si mette in pausa, che fuori piove e non è una notte di stelle e aria calda.
capita che sembra sempre tutto fermo, anche quando non lo è, e lo sappiamo benissimo. che non ci si dovrebbe accontentare, ma a volte non abbiamo altra scelta. che c’è qualcosa che non va, ma non lo diciamo a nessuno, e continuiamo a domandarci il perché.

[“tu lo sai che adesso non dobbiamo cominciare a domandarci perché”
“perché?”]

capita di riconoscersi. capita di capire tutto ancora prima di guardarsi. e poi si inizia, lentamente, a tentoni, a ricostruirsi. sulla pelle calda, in mezzo alle labbra che si cercano, con il sapore che resta in bocca, nei momenti che ci sembrava di aver sognato, nelle canzoni che non pensavamo di riascoltare, tra le parole che non crediamo di sentire.

[“adesso preferirei non dover dire niente”
“sarebbe la non-soluzione migliore”]

capita di perdersi subito, di restare senza parole, e che va bene così.